“Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”   Socrate                                                                                               

Tutti noi nasciamo nudi, senza nome, con la mente silenziosa e colmi di stupore per il miracolo della vita.

Da subito la famiglia, il sistema educativo e la cultura ufficiale si prendono cura di noi: ci danno un nome, ci vestono e ci educano. 

Gli adulti ci insegnano sin da bambini a nominare tutto ciò che ci circonda addomesticando, ineluttabilmente, la meraviglia del mondo.

Ogni cosa nominata, di conseguenza, perde la sua magia, il suo alone fantastico, il suo mistero e così lo stupore della vita svanisce lentamente.

Da adulti anche noi diventiamo maestri nell’arte di nominare, catalogare e classificare tutto. Impariamo a muoverci nel mondo adulto, quello della “razionalità”, indossando mille maschere, dietro le quali ci nascondiamo per proteggerci.

Lentamente dimentichiamo il nostro stato naturale, lo stupore d’esserci, ma nel nostro cuore, nel profondo, sappiamo come stanno veramente le cose, conosciamo la Verità, è il nostro cuore a reclamarLa o, forse, è la Verità che ci reclama. 

In certi momenti sentiamo di non essere più felici come quando eravamo bambini, ma cerchiamo di non pensarci, magari guardiamo da un’altra parte come fanno tutti.

Profondamente avvertiamo che qualcosa si è interrotto, che il flusso che ci teneva connessi con la gioia di abitare il mondo come un’esperienza coinvolgente e totalizzante è stata interrotta irrimediabilmente, lo stupore che ci abitava costantemente è stato sostituito da un senso di mancanza, di nostalgia e di angoscia.

Non ci ricordiamo precisamente perché e quando, ma è accaduto che il nostro stupore ha lasciato lo spazio a emozioni dolorose e insopportabili come la paura della vecchiaia, della malattia e della morte.

Senza rendercene conto iniziamo una spontanea ricerca di quello stato naturale originario, di quella percezione della realtà non mediata, di quello stato dell’essere di cui avvertiamo solo un vago, confuso e nostalgico ricordo.

Quello stato dell’essere lo cerchiamo ossessivamente e in modo compulsivo negli sport estremi, nell’alcool, nelle droghe, nel cibo, nel sesso, nel lavoro, nella famiglia, nei viaggi…ma ne percepiamo solo un eco lontano.

Per sentirci vivi, compriamo oggetti che ci danno un illusorio e temporaneo sollievo, ci sembra che risolvano l’angoscia, ma in realtà sentiamo che solamente allentano temporaneamente la tensione, senza risolvere la nostra sofferenza. 

Non sappiamo cosa fare e in modo meccanico ripetiamo all’infinito il giochino : (1) desideriamo qualcosa per sfuggire all’angoscia e dare senso al tempo vuoto; (2) esaudiamo il desiderio accontentandoci di una soddisfazione temporanea, ma rimanendo nel profondo insoddisfatti; (3) ricominciamo a desiderare in un gioco infinito, senza venirne mai a capo.

Siamo condizionati dal fatto che “tutti fanno così”, e per senso di appartenenza o paura del ridicolo ci adeguiamo, imitiamo e smettiamo di farci domande sul senso della vita, non cerchiamo altre strade perché, ci dicono: “non esistono!”. 

Bene, sappiate che, questo è falso!

Cominciamo dall’inizio, cominciamo da una domanda importante.

Cos’è l’angoscia esistenziale?

Siamo convinti che l’angoscia sia un tema da letteratura, da depressi o da cabaret. Pensiamo che sia un tema di chi ha tempo da perdere e filosofeggia, di chi non ha senso pratico.

In realtà la domanda sull’angoscia è molto profonda e, se compresa, conferisce “valore” al nostro essere “qui e ora” e ci può avvicinare all’esperienza del Risveglio della Coscienza/Anima/Essere/Amore e dei suoi trasformanti significati.

Per “valore” si intende l’energia vitale, creativa ed essenziale che scaturisce dall’impatto con l’Assoluto che siamo, ma che, purtroppo, non sentiamo indubitabilmente e vividamente adesso.

La ricerca del Sè divino dentro ognuno di noi procede su due ambiti inevitabilmente interconnessi, che non bisogna sottovalutare né disporre secondo un ordine gerarchico, ma concepire in modo intrecciato : quello psicologico-relazionale e quello esistenziale-spirituale.  

Per comprendere meglio l’esperienza dell’angoscia e’ importante considerare e seguire i due ambiti di ricerca perché questo accelera i tempi del Risveglio.

Da una parte quello psicologico della personalità, che ci connette con i temi della sopravvivenza e delle relazioni umane, dall’altra quello spirituale-esistenziale dell’anima (la parte più profonda di noi), che ci mette in relazione con i grandi temi della vita e della morte.

Le tematiche psicologiche vengono spesso confuse con quelle esistenziali, a volte sovrapposte, a volte ignorate o sottovalutate oppure, peggio, non vengono prese in considerazione perché non importanti.

Queste scuole possono, inconsapevolmente, creare danni all’allievo poiché non lo equipaggiano di strumenti pratici per affrontare i temi psicologici, non forniscono un metodo completo con il quale integrare le esperienze spirituali che se non vengono ben monitorate nutrono l’ego generando sofferenza invece di superarla.

Psicologico ed esistenziale sono, invece, due ambiti importanti a cui porre la massima attenzione per non procedere nel cammino spirituale con giudizi che ostacolino la crescita interiore invece di facilitarla.

E’ molto importante cogliere così la differenza tra ciò che appartiene alla sfera psicologica rispetto a quella spirituale, in quanto il problema, se solo psicologico, potrà essere risolto con una adeguata terapia psicologica senza ricorrere a pratiche spirituali.

Nel caso in cui l’origine della sofferenza psicologica sia esistenziale, con la sola terapia non potrà risolversi, ma bisognerà inevitabilmente aprirsi a qualcosa di più grande e universale, a pratiche che permettano l’apertura del cuore ad un livello spirituale. 

La soluzione richiederà, quindi, un’esperienza metafisica trasformativa, che permetta di cambiare il punto di vista sulla natura del nostro dolore, ne sveli la sua illusorietà e ci faccia sentire il miracolo della vita alla fonte del nostro essere. 

Il Risveglio è la caduta del velo illusorio della sofferenza, la quale non scompare, ma si mostra per quello che è veramente, senza invenzioni arbitrarie della mente, aprendoci ad una visione assoluta del mondo e di noi stessi. 

L’angoscia e lo stupore sono emozioni primarie, che possono, con l’ausilio della meditazione,  condurci a significati esistenziali profondi, sono due facce della stessa medaglia, una medaglia sospesa nel vuoto. 

Gli esseri umani, saltuariamente, avvertono queste emozioni, ma non sanno come rapportarsi ad esse, non sanno che farsene, non sanno che hanno un grande valore e un ruolo centrale nel processo di Risveglio della Coscienza spirituale. 

Alcuni artisti e ricercatori spirituali, invece, si “nutrono” della sofferenza trascendendola attraverso l’arte e gli strumenti spirituali e psicologici a loro disposizione.

L’angoscia esistenziale d’altro canto non è facilmente riconoscibile, perché subdola e sempre commista ad altre emozioni. Se la viviamo inconsapevolmente, essa si manifesta come pura sofferenza; se l’affrontiamo, come oggetto della nostra ricerca interiore, invece, si mostrerà, prima o poi, come stupore di esistere.

Questi temi aprono domande profonde, che sono state affrontate nel corso della storia umana, a livello antropologico, sociale, filosofico e religioso.

Come la ricerca spirituale può aiutarci nell’affrontare questi temi?

Gli esseri umani possono accedere alla ricerca interiore attraverso strumenti antichi e moderni, occidentali e orientali.

L’incontro tra Oriente e Occidente ha cambiato il panorama spirituale in modo irreversibile.

La natura consumistica e materialista-riduzionista occidentale ha trasformato il pensiero orientale, impoverendolo. Dalla possibilità di vivere esperienze spirituali profonde e trasformative si è passati a banali e consolatorie sensazioni di benessere e di pace. 

In Occidente siamo stati abituati a pensare che ogni esperienza sia concessa a tutti nello stesso momento, basta pagare, ma purtroppo non è così.

Per gli esseri umani affrontare con consapevolezza la sofferenza è cosa rara, spesso, invece, si usano temi spirituali per evitare di affrontare tematiche psicologiche molto dolorose che richiedono impegno, tempo e denaro.

Negli ultimi quarant’anni la ricerca spirituale si è massificata e per esigenze di mercato si è abbassata la qualità della proposta, le barriere di accesso alle pratiche sono cadute e oggi, chiunque, si può dichiarare facilmente praticante, basta fare un paio di corsi, una collana colorata, un abito bianco e l’immagine di un Guru…

In questo modo molte persone con disagi psicologici usano la spiritualità per evitare di fare una percorso psicoterapeutico e protraggono il loro disagio sottoponendosi ad anni di pratiche interiori perché più nobili, meno esposte al giudizio dei conoscenti e perché conferiscono un’identità più “spendibile” di chi ha dei problemi psicologici. 

Questo atteggiamento in psicologia è conosciuto come “spiritual-bypass” cioè usare la spiritualità per bypassare il dolore psichico. 

Si può meditare anche trent’anni, risvegliare la kundalini, ma non si risolveranno i temi psicologici, questo è dimostrabile empiricamente, le scoperte degli ultimi 40 anni in ambito transpersonle, sistemico e psicogenealogico lo hanno dimostrato.

Per fare un po’ di chiarezza farò una distinzione che, spero, possa contribuire a mettere ordine nel panorama spirituale odierno, in cui c’è dentro di tutto  senza distinzione e senza alcun criterio.

In inglese si tende a fare una chiara distinzione tra il termine “Inspirational” (Pratica propedeutica) e “Spirituality” (Pratica spirituale).

La pratica propedeutica è oggi identificabile col folklore della Nuova Spiritualità, fatto di metodi, tecniche ed esercizi, per migliorare il potenziale fisico e mentale.

Discipline  come la Cristalloterapia, il Reiki, i massaggi di ogni tipo, l’EFT, l’ipnosi, il Wikka, la PNL, il Firewalking, le capanne sudatorie, le canalizzazioni di entità, i corsi sulla coppia tantrica, Costellazioni familiari e Dialogo delle voci e molti altri caratterizzano ciò che chiamiamo Pratica propedeutica.

La propedeutica (come strumento complementare alla ricerca interiore) è sana, utile e, spesso, serve ad accelerare il processo di autocoscienza, ma non va considerata come spiritualità vera e propria.

Impegnarsi nella pratica spirituale, agevolando il processo con tecniche di benessere è molto intelligente e funzionale, ma va distinto dalla ricerca del Risveglio.

Ci si può parcheggiare nella pratica propedeutica, anche tutta la vita, illudendosi di essere in un percorso di ricerca. Essa è conosciuta nel mondo dello Yoga e in luoghi quali l’India, con il nome di Sakamakarma (praticare per il benessere, la salute e la longevità).

Viene molto raccomandata al fine di farci stare meglio con noi stessi, con la nostra mente e il nostro corpo, e questo perché può essere effettivamente benefico, ma non è sufficiente per sfuggire all’angoscia della morte e a tutti i significati connessi. 

La ricerca mette in crisi, apre scenari talvolta estatici, talvolta  dolorosi, è un’esperienza molto intima, personale, difficile da condividere, ma richiede un rapporto maturo con le leggi della vita e della morte, non so se queste si possano imparare, io le ho riconosciute non le ho imparate, e spero, con immenso amore, che possiate incontrarle e riconoscerle anche voi.

Ci sono elementi essenziali per capire se siamo interessati alla Ricerca?

In prima approssimazione si può affermare che quattro elementi possono testare il nostro spessore karmico, per usare una parola esotica.

Per prima cosa dobbiamo riconoscere che noi siamo la causa primaria della nostra sofferenza e non sono gli “altri” a causarci sofferenza.

Secondo punto constatare l’esistenza di un desiderio sincero che esprima la volontà di uscire dalla condizione di dolore.

Terzo punto prendere atto dell’esistenza di un’originaria spinta ad andare verso il Mistero della vita, da cui siamo attratti fin da piccoli.

Quarto punto bisogna individuare degli strumenti idonei per procedere nell’indagine interiore e questi sono personalissimi.

Se ci chiariamo i quattro punti, la navigazione sarà più facile, con risultati più evidenti e con la possibilità di farsi aiutare senza pregiudizi e serenamente da guide un po’ più esperte di noi o da un vero e proprio Maestro spirituale.

Che cosa ci può bloccare?

La pigrizia, la paura e la serie di abitudini e convinzioni limitanti, che ci obbligano a sentirci senza possibilità poiché “tanto tutto resta uguale!”. 

Sentiamo la vergogna di uscire dalla nostra “zona di comfort”, abbiamo timore di confrontarci con temi che crediamo più grandi di noi, magari lontani dalla nostra cultura, avvertiamo il giudizio negativo della nostro famiglia, amici ecc.

Questa paura di andare verso la nostra vera natura, libera e solare, è appesantita dallo scellerato “patto spirituale” che abbiamo fatto durante l’infanzia. 

Tra i tre e i sei anni in seguito a qualche fatto doloroso in cui ci siamo sentiti esclusi, negati o umiliati, ci siamo separati dalla percezione dell’Uno, dell’essere Uno con il Tutto, creandoci delle maschere che ci potessero dare ragione del peso del giudizio e della punizione ricevuta.

In certe circostanze di dolore, da bambini, abbiamo imparato ad indossare la maschera dell’umiliato, dell’escluso, dell’abbandonato, del tradito ecc. solo che abbiamo continuato quel copione anche da adulti, in modo inconsapevole e automatico.

Tutto questo perché avevamo completa fiducia e bisogno degli adulti, per noi, i più giusti e i più saggi.

Il nostro patto spirituale è stato sigillato dalle parole : “Loro hanno ragione, io sono sbagliato!”

Non potevamo a quell’età ragionare su ciò che accadeva, abbiamo “interpretato” come potevamo il dolore che sentivamo.

Abbiamo introiettato, per proteggerci, il loro giudizio negativo su di noi in modo assoluto, lo abbiamo reso permanente, credendogli ci siamo fissati in un’immagine rigida di noi separandoci da noi stessi e dalla “Fonte” originaria.

Questo è stato il momento della “Caduta” dal Paradiso dell’infanzia alla condizione “normale” dei grandi, cioè dei disconnessi dalla Fonte, di chi ha anestetizzato parte del cuore e si è reso insensibile alla percezione naturale del mistero della vita e della Realtà reale.

Quando si è bambini non si sa cosa è giusto o sbagliato, si è innocenti e gli adulti si sono comportati come sentivano, al meglio delle loro possibilità in quel momento.

Così lo stupore è morto e i nostri occhi si sono adeguati lentamente allo sguardo spento che hanno tutti nel teatro delle maschere che è la vita.

Perché esiste la sofferenza?

Questo e’ un tema molto impegnativo, è una sfida prenderlo in considerazione. 

Da questa domanda importante nasce il rispetto per la vita, il 
riconoscimento che l’esistenza è un dono misterioso, di cui saremo eternamente grati.

La sofferenza psico-esistenziale è dovuta all’identificazione, alla proiezione, all’attaccamento o al “di troppo”, che mettiamo nelle sensazioni della quotidianità, alla montagna di giudizi, con cui ci etichettiamo e che ci fanno credere di essere diversi da quello che siamo veramente.

L’eccesso emotivo innesca circoli viziosi nella mente, copioni sempre uguali, reazioni automatiche incontrollate, scelte meccaniche fuori dalla nostra vera volontà, generando sofferenza.

Questa sofferenza, che controlla la nostra vita, ci fa rimanere piccoli, meschini e chiusi alla meraviglia dell’universo.  

Risvegliarsi non significa uscire dalla vita, per entrare in un’estasi continua, ma significa disidentificarsi gradualmente dal dolore, cominciando a sentire, concretamente, le molte possibilità che la vita ci presenta. 

Se scegliamo la via della ricerca, saremo più liberi, più leggeri e con più energia, ci troveremo così ad affrontare i grandi temi dell’esistenza senza vergogna.

Gradualmente negli anni, ci accorgeremo, che stiamo diventando proprio ciò che più amiamo di noi.

Ci vuole molta pazienza e compassione per noi stessi, perché non siamo perfetti, ma ci sentiamo sempre più vivi e coscienti di esserci. 

Da dove arriva la sofferenza?

La sofferenza è attaccamento, che nasce nell’infanzia dal disperato e goffo tentativo, illusorio, di crearci degli equilibri, dei punti di forza, su cui appoggiarci, per non accettare una nostra caratteristica che è giudicata sbagliata.

L’aspetto di noi che viene negato e trattato male sin da piccoli, nel contesto in cui cresciamo (famiglia, scuola, società), viene continuamente censurato, proibito, non voluto.

Pur di ricevere quell’amore di cui abbiamo bisogno, ci adeguiamo e cominciamo, anche noi, a disprezzare quella parte.

Inizia così una guerra interna, silenziosa, che ci indebolisce, cadiamo cosi lentamente nella separazione, in cui un aspetto di noi reclama costantemente di esser visto e considerato, ma rimane inascoltato, nascosto e zittito.

Non sempre è facile identificare l’origine del nostro dolore in un fatto specifico della nostra vita.

La sofferenza, infatti, può giungere anche da un’eredità emotiva dell’albero genealogico, da qualche nostro antenato.

Qualche nostro parente (fino alla settima generazione), celava un dolore, un segreto o qualche caratteristica, giudicata negativamente in famiglia.

Questo fatto, questo “non detto”, questo senso di colpa può trasmettersi, per via inconscia ai discendenti.

Succede così, che un successore, inconsciamente, si prende carico di quel dolore con conseguenze nefaste per se stesso e per le persone che vivono con lui.

Malattie, fallimenti, mancata realizzazione, difficoltà nella coppia, problemi fisici o psichici possono essere frutto di queste dinamiche intergenerazionali inconsce.  

Solo attraverso un lavoro mirato, con lo strumento moderno delle Costellazioni familiari e la Psicogenealogia, si può individuare e sciogliere questo peso, che giunge da lontano.

Il lavoro su noi stessi parte dall’idea di rimettersi in gioco, riprendere in considerazione la macchina biologica che siamo e scoprire le parti che hanno bisogno di essere ascoltate. 

Siamo costituiti da molte personalità, siamo una realtà complessa, inesauribile, ma indagabile.

Si possono conoscere i personaggi o le maschere che indossiamo, possiamo “intervistare” queste vere e proprie personalità che tutti i giorni viviamo nella quotidianità.

Il Voice Dialogue è uno strumento all’avanguardia per questo, efficace per sciogliere conflitti, tensioni e inibizioni.

Non è facile, non è immediato, non è sempre piacevole, ma è sempre interessante, scoprire, che siamo un mistero inesauribile e sconosciuto.

Perché la Ricerca Spirituale non è solo benessere psicologico?

La ricerca spirituale è un nuovo rapporto con il presente, è desiderio di immensità e di bellezza. 

Se soffriamo e desideriamo conoscerci attraverso un lavoro che parte dall’anima, allora la spiritualità può essere una via.

La via psicologica non apre al sacro, non considera le domande esistenziali, non accede al trascendente.

La dimensione del sacro è parte integrante del rapporto con il presente, è uno spazio a cui tornare per riconoscerci, per conferire valore alla vita, è il principio.

Il sacro ci trasforma, anche senza cambiarci.

La parola “trasformazione” e la parola “cambiamento” non sono sinonimi. Sono spesso confuse e  infatti ci si può trasformare senza cambiare.

La trasformazione è accettazione, è un’esperienza profonda, è la nostra essenza che dice finalmente “sì” e procede nel suo viaggio verso il Risveglio.

A volte le persone si trasformano, accettano ciò che prima era inaccettabile, e l’anima acquista un peso specifico diverso.

L’anima comincia a vedere ciò che prima era oscuro, comincia a cogliere il linguaggio dell’esistenza, il suo simbolismo, le metafore e le allegorie. 

Come uscire dalla sofferenza?

La storia della sofferenza è antica. Da sempre l’uomo ha cercato di uscire dal dolore.  La società consumistica è un’espressione di questo tentativo, ma lo sono anche l’arte e la spiritualità. 

Ti sembrerà assurdo, o forse inutile, ma accettare la sofferenza è il primo passo per uscirne.

Lo so, ti sembrerà banale o impossibile, ma è così che funziona.

Le altre strade, come ignorare il problema, tirare avanti, smettere di sentire, arrabbiarti con il mondo, ubriacarti di sensazioni, sono tutte vie di fuga dalla tua verità, da te stesso.

Accettazione significa lasciar andare, mollare le zavorre, ricominciare a volare.

La via dell’accettazione è la via che permette la trasmutazione del piombo in oro, del dolore in meraviglia d’esserci, per stabilire una connessione più profonda con il Mistero del qui e ora.

Accettazione delle parti dimenticate, accettazione delle sensazioni che ci fanno paura, accettazione dei fallimenti, insuccessi, ingiustizie subite e soprattutto accettazione di ciò che siamo.

L’accettazione è il processo più difficile per un essere umano, perché si tratta di disidentificarsi da una determinata situazione, personalità falsa o sensazione, con cui ci siamo fusi tanto tempo fa e non ce lo ricordiamo più.

Come procedere alla disidentificazione?

Le prove a cui ci sottopone la Vita sono la via maestra per disidentificarci. Infatti la sofferenza ha una funzione evolutiva, perché ci costringe a lasciare andare ciò che ci frena, ci obbliga a mollare la presa per crescere e conoscerci ad altri livelli.  

La ricerca spirituale e psicologica è una via che accelera il processo evolutivo, è un percorso che aiuta la consapevolezza a crescere e ci insegna ad “usare” la sofferenza, per evolvere. 

Abbiamo bisogno di “acceleratori”, di oliare gli ingranaggi, ridurre gli attriti e i rumori di fondo, per sentire la voce dell’esistenza. 

Come facilitare il processo di consapevolezza?

Nei secoli gli uomini hanno messo a punto moltissime tecniche, metodi, esercizi, per sciogliere le tensioni fissate sul corpo.

Esperienze mancate, traumi, bisogni inascoltati, urla infantili, sensazioni di impotenza sono scolpite dentro di noi, creando ansia, angoscia e sofferenza.

Esistono strumenti che migliorano, potenziano e accelerano il processo di autosservazione e di accettazione. Alcuni sono antichissimi e appartengono alle più disparate culture, altri sono moderni e molto accessibili.

Gli strumenti che l’uomo ha definito per evolvere sono innumerevoli.

Tutto dipende dal tuo desiderio, dal tuo bisogno e da quanto vuoi veramente raggiungere l’obiettivo.

Quali sono gli strumenti?

La Via spirituale è una ed è quella che ogni singolo essere umano percorre nella sua vita, ci cerchiamo anche se non lo sappiamo consapevolmente. 

Gli ambiti di ricerca e di cura che si sono definiti in occidente nel ‘900 hanno reso più accessibile e percorribile esperienze che avrebbero richiesto anni di studio e di pratica a gambe incrociate.

Questi studi hanno permesso di accelerare il Risveglio della Coscienza dell’essere umano, hanno concesso di accogliere ed elaborare livelli di sofferenza prima inaccessibili.

Possiamo individuare, sinteticamente, 7 ambiti o raggi in cui la ricerca si muove :

1 La Vita stessa con la sua sofferenza, con i suoi “bagni” di morte e di nulla ci fa evolvere anche se non vogliamo; riconoscere ciò che desideriamo e soddisfare queste spinte è vivere e questo è Via.

2 Il percorso psicologico energetico individuale, il lavoro sulla nostra biografia emotiva, sui nostri traumi, i nostri conflitti ecc.

3 Il percorso psicogenealogico collettivo, intergenerazionale e sistemico sugli antenati e i morti non riconosciuti nel sistema famiglia.

4 La via della meditazione sia statica che dinamica e l’auto-osservazione orientata al Risveglio della Coscienza spirituale.

5  Esperienze o atti  filosofico-esistenziali-psicomagico-teatrali-terapia breve (scuola di Paloalto) per integrare parti di noi altrimenti dimenticate o addormentate.   

6 L’arte e l’espressione creativa di ognuno di noi (teatro, clown, musica, disegno, canto, scultura, danza, ecc ecc)

7 Conoscere il funzionamento della nostra macchina biologica (sport, alimentazione, digiuno, pratiche rigeneranti, respirazione, viaggi, sessualità, ecc. ecc.).

Questi 7 raggi sono l’”ossatura” della Ricerca interiore, dentro questi sette ambiti ognuno trova gli strumenti per procedere.

I metodi che tu ritieni idonei al tuo modo di sentire, siano essi specificatamente spirituali o psicologici poco importa, l’importante che siano orientati al Risveglio, alla cura dell’anima, attenti alla vita e al sacro. 

E’ importante ricordarsi che si pratica per mettere ordine, per riconnettersi con se stessi, per ricordarsi dell’importanza di essere vivi, e sempre con un autentico sorriso sulle labbra.

Se la consapevolezza è una chiave d’accesso, l’altra chiave è l’umorismo.

Il rischio di diventare molto seri con queste discipline è alto, ma lo puoi intuire facilmente: se non ridi, sei identificato con una delle tue false personalità.

Ridere è l’esperienza esistenziale più elevata.

Ridere è un momento di disidentificazione dal Tutto, il salto del pesciolino fuori dall’oceano, il momento di liberazione, in cui ci si sente immersi in uno spazio più ampio, più profondo e di fusione con gli altri.

Ridere è il rumore bianco della Verità.

Esistiamo per realizzarci, per vivere pienamente, per godere del mistero dell’essere.

La pratica ci aiuta ad avvicinarci alla vita, a riconoscere e a valorizzare la bellezza intorno a noi, ad incontrarci con il mondo e a farne parte.

Più liberi, più forti, più autentici, questi sono i segnali che ci indicano che stiamo andando nella direzione giusta. 

Ormai esistiamo non possiamo più nasconderci.

E comunque state tranquilli questa è solo roba spirituale, un gioco che migliora la qualità della vita, può vincere l’angoscia della morte, ma alla fine si muore lo stesso…serenamente però.

Buona pratica.